Sandokan torna al 41 bis. "Collaborazione" insufficiente per la Procura

Francesco Schiavone

La Procura di Napoli ha deciso di porre fine al percorso di "collaborazione" intrapreso nel marzo scorso dall'ex capoclan dei Casalesi Francesco 'Sandokan' Schiavone. La decisione è stata presa perché l’ex boss 70enne, non ha rivelato nulla di nuovo sui segreti riguardanti i rapporti tra il clan dei Casalesi, la politica e il mondo degli affari.

I pm anticamorra, coordinati dal Procuratore Nicola Gratteri, hanno pertanto deciso di revocargli il programma di protezione a cui era stato sottoposto ritenendo che le dichiarazioni rilasciate non fossero utili, hanno poi chiesto il via libera dal Ministero della Giustizia, che ha disposto per lo storico capo del cartello camorristico casalese, il ritorno al carcere duro.  

Schiavone fu arrestato nel 1998, poi condannato all'ergastolo nel maxi processo Spartacus e per diversi omicidi; prima di lui nel 2018, aveva deciso di pentirsi il figlio primogenito Nicola, e nel 2021 si pentì anche il secondogenito Walter. Emanuele Libero invece, ha scelto di proseguire la strada del crimine, tornato recentemente a Casal di Principe dopo aver scontato diversi anni di galera, è stato protagonista di una faida a colpi di raid intimidatori con un gruppo rivale, scatenando una marcia di migliaia di persone nelle strade del paese per dire “no” alla camorra. Nuovamente arrestato due settimane fa a Napoli, su mandato della Procura del capoluogo campano, è ritornato dietro alle sbarre. In galera anche Carmine.

Sandokan avrebbe, tra l’altro, dovuto chiarire alcune frasi intercettate nei colloqui mensili tenuti nei 26 anni di detenzione con i suoi familiari, come quelle riferite alla «cassaforte»,  ad un fantomatico «Zio Pipino» e del perché aveva dichiarato «sto in galera anche per lui...» , frasi che rimandano ad una gestione degli affari nonostante il 41 bis.

I magistrati attendevano un apporto importante da parte di Schiavone soprattutto al processo in corso a Santa Maria Capua Vetere su alcuni appalti Rfi (Rete ferroviaria italiana), nel quale sono imputati i fratelli Nicola e Vincenzo Schiavone, non imparentati con “Sandokan”, ma a lui molto vicini.  I due, secondo gli inquirenti, si sarebbero aggiudicati gli appalti per conto della cosca, ma nessuna informazione è stata fornita sui rapporti intercorsi tra i presunti "colletti bianchi", la politica e la camorra.

Nicola Schiavone, a differenza del padre, ha invece reso importanti dichiarazioni nel processo sugli appalti Rfi, accusando i due imputati di rientrare tra gli «imprenditori soci, quelli che mettevano nei loro lavori i soldi del clan».

I pm pensavano che la collaborazione potesse servire a far luce su tanti misteri irrisolti, come l’omicidio in Brasile nel 1988 del fondatore del clan Antonio Bardellino. Invece tutte le aspettative sono state disattese, poiché Sandokan nei suoi racconti non ha fornito elementi di novità o di interesse investigativo.

A cura di ESTER PIZZO